
News - 30/10/2014
1987
E' l'anno de "La lana e le pietre" e del convegno "Archeologia e storia industriale nel Biellese", entrambi organizzati dal locale Comitato per l'Archeologia Industriale alla Città degli Studi di Biella. E' il tempo della consacrazione di una drammatica svolta nel destino del territorio e della popolazione biellesi, ma anche della presa di coscienza ai più alti livelli dell'esistenza di un'eredità preziosa e, per certi versi, unica di manufatti, di storia, di storie e di esperienze che il "futuro" imponeva, già allora, di non disperdere. Al convegno, introdotto da Giovanni Piacenza, presero parte storici, architetti, archivisti, museologi, sociologi, politici, amministratori e funzionari pubblici, economisti, giornalisti, uomini di cultura. Gli interventi misero in luce alcuni aspetti fondamentali di quella nuova "disciplina" che era stata battezzata (nell'Inghilterra degli anni Cinquanta) come archeologia industriale e che, nella sua accezione più pregnante, sconfinava nella paleoetnografia. Interdisciplinarità, peculiarità e potenzialità territoriali, recupero e tutela della memoria, soprattutto quella del "saper fare", riqualificazione e rispetto del patrimonio e prospettive per una sua valorizzazione rappresentavano i presidi intellettuali e metodologici, generali e particolari, in un ambito di ricerca che andava delineandosi e che nel vedeva il Biellese un sito d'eccellenza. La mostra "La lana e le pietre" ebbe il merito, ancor più dell'allestimento "pioniere" del 1984 alla Fabbrica della Ruota, di stabilire concettualmente e concretamente le direttrici d'indagine lungo le quali ancora oggi si sviluppano le attività di studio e di messa in valore delle varie componenti del sistema e del "paesaggio" archeologico industriale del Biellese.
1988
La GEMINA GEnerale Mobiliare INteressenze Azionarie, una holding di partecipazioni azionarie nata negli anni Sessanta, acquisisce il 52,3% del capitale di Fila, uno dei marchi italiani più conosciuti al mondo, soprattutto nell'ambito dell'abbigliamento sportivo e tecnico. La grande avventura della Fila, azienda ramificata in tutti i continenti, ma con profonde radici biellesi, era iniziata a Coggiola nel 1911. I fratelli Fila avevano avviato un primo stabilimento per la produzione di maglieria intima. Nel 1923 era stato attivato anche il Maglificio Biellese, in via Cesare Battisti a Biella. Una filatura era stata poi aperta anche a Cossato in modo da completare il ciclo produttivo dalla materia prima al capo finito. Nel 1967 il Maglificio Biellese si era trasformato in Maby e nel 1973 il gruppo "spiccò il volo": nacquero Fila Sport e quel "logotipo" a "F" di straordinaria efficacia comunicativa. L'intuizione grafica di Sergio Previtera portò la Fila addosso ai campioni dello sci come Ingemar Stenmark e Alberto Tomba, del tennis come Björn Borg e Boris Becker, della vela e dell'alpinismo (con abiti Fila, Reinhold Messner scalò l'Everest per la prima volta senza ossigeno nel 1978 e a seguire tutti gli altri Ottomila con la stessa dotazione). Malgrado i grandi successi, però, tra il 2003 e il 2010 Fila ha subito alcune cessioni che ne allontanano la sede da Biella e trasferendo il controllo dell'azienda dapprima negli Stati Uniti poi in Corea del Sud. Ma a partire dal 2010 si è registrata una sorta di "inversione di tendenza": il presidente Gene Yoon istituisce a Biella la Fondazione Fila Museum e sposta pure a Biella la sede di Fila Europe.
1989
Gabriele Basilico "esplora" le fabbriche biellesi. Il grande fotografo scomparso nel 2013 compì una sorta di "pellegrinaggio" lungo un itinerario di (ri)scoperta ritmato da "dodici stazioni" di quella quotidiana e secolare Via Crucis, ovvero il luogo della "passione terrena del nostro popolo lavoratore e imprenditore", come si legge in una delle introduzioni al volume che contiene le immagini realizzate da Basilico. "Per chi conosce il lavoro che Gabriele Basilico ha svolto negli ultimi dieci anni, questa occasione di Biella appare come una tappa quasi inevitabile del suo percorso di ricerca. L'importanza che i resti dell'architettura industriale hanno in una realtà urbana come quella di Biella è infatti straordinariamente analoga all'importanza che questo stesso "soggetto" ha avuto nella ricerca che Basilico ha condotto in questi anni". Nei testi a corredo e a presentazione delle fotografie (tutte in bianco e nero, panoramiche e di dettaglio, quasi da reportage di guerra o squisitamente "estetiche"), si coglie a distanza di sette lustri la coscienza formata di un processo già percepito come irreversibile, un'evoluzione inesorabile delle volumetrie funzionali alla produzione manifatturiera verso l'archeologia, verso una fossilizzazione compiuta non in ere geologiche, bensì in una generazione. Il Cervo è il grande protagonista della narrazione, il nesso fisico e logico, l'elemento ancora vitale in movimento tra sponde gremite di "reperti" e di memorie solide e vuote. "Le fotografie del fiume Cervo sintetizzano questa dimensione. Sono immagini che nel far risaltare la sonorità del fiume contrapposta all'attuale silenzio delle fabbriche, ci evidenziano l'importanza che dobbiamo attribuire a una corretta valorizzazione di questa parte della nostra storia".